#43 Funghi fatali
Funghi velenosi, tossici e letali
Ciao! Grazie di essere qui. 🍄
Fungotropìa è la newsletter appassionata di funghi che viaggia nel sottobosco come un micelio trovando connessioni. È scritta da me, Camilla Mazzanti, senza pretesa di scientificità ma con curiosa voglia di scoperta. Per ora arriva due volte al mese, ma solo quando vuole, come i funghi, non quando li cerchiamo con ostinazione ma quando meno ce li aspettiamo, come dei tesori.
“Mi chiedevo come han fatto, il primo che è morto per i funghi avvelenati, come hanno fatto a capire che era morto per i funghi avvelenati. Non so perché.”
da Paolo Nori, Cose che vengono in mente, dal blog di venerdì 26 Settembre 2014
Chi è stato il primo a morire per i funghi?
Dì la verità, confessa: almeno una volta, se ti sei soffermato sull’argomento “funghi velenosi”, ti sarai chiesto come abbiano fatto in passato a capire quali fossero pericolosi e quali invece commestibili. Io, per lo meno, questa domanda me la sono fatta spesso.
La risposta, con tutta probabilità, è: empiricamente, cioè, a caso. Qualcuno avrà provato a mangiarli e, se non erano edibili, sarà stato male o, peggio, sarà morto.
Per secoli le cose saranno andate così, attraverso saperi tramandati oralmente, una conoscenza pratica che passava di generazione in generazione. Solo più tardi qualcuno ha cominciato a mettere per iscritto queste esperienze, sostituendole un po’ alla volta con analisi più sistematiche.

La prima catalogazione “scientifica” risale a Pietro Andrea Mattioli, un medico e naturalista senese del XVI secolo, che pubblicò opere con descrizioni e illustrazioni dal vero di piante e funghi. Ma, in termini di tossicità, colui che davvero fece fare un balzo in avanti alla sistematica è stato il medico e micologo francese Jean-Jacques Paulet (1740–1826): nella sua opera Traité des champignons (1793), è il primo a concentrarsi esplicitamente sulla tossicità, con esperimenti, descrizioni dettagliate dei funghi velenosi, e suggerimenti su come evitarne gli effetti nocivi.1

Se gli Antichi si erano già espressi in merito, dicendo che la cosa migliore per evitare di farsi del male mangiando funghi sarebbe proprio di non toccarli affatto (scelta decisamente drastica), Paulet ammette che è impossibile pensare che, per tenere le persone al sicuro, si riesca a far sì che rinuncino del tutto a farne uso. Meglio piuttosto diventare studiosi della materia e cominciare a capirci qualcosa di più.2
I funghi sono infatti una risorsa alimentare per una gran quantità di popolazioni, dice infatti Paulet, sono ovunque sulla Terra, dai mercati di Pechino a quelli russi di San Pietroburgo così come a Firenze, e spesso, come abbiamo anche già visto, sono stati considerati un cibo indispensabile durante i digiuni di Quaresima. Certo, incidenti e intossicazioni ci sono sempre stati, ma non hanno mai fatto desistere i consumatori che, al contrario, più li utilizzavano, meglio li conoscevano e si facevano esperti e, soprattutto, attenti. Insomma, toscani e russi erano considerati da Paulet non solo grandi mangiatori di funghi, ma anche veri “pratici” della materia.3

Racconta che persino i divieti ufficiali non sono mai stati un deterrente sufficiente al consumo: nel 1754, in seguito ad alcune intossicazioni fungine, presso il Bois de Boulogne, il celebre parco a ridosso della città di Parigi, era stata affissa un’ordinanza della polizia francese che vietava la raccolta dei funghi di quel bosco. Ordinanza ignorata, la raccolta proseguì, così come gli incidenti per ingestioni di funghi tossici.

Conscio, quindi, dell’impossibilità di far desistere dal consumarli, né per divieti espressi né per paura di intossicarsi, Paulet dichiara che è necessario osservare i funghi, catalogarli, classificarli e studiarli con il concorso di più menti riunite per poter essere di aiuto. Paulet è colui che esplicita con chiarezza il tema del rischio fungino, del ritardo nell’insorgenza dei sintomi, della distinzione fra specie pericolose e non, in forma abbastanza scientifica per l’epoca.
Cercare di rimediare al cosiddetto “latte versato” dopo un’ingestione imprudente di funghi diventava quindi una necessità. Tuttavia, i rimedi popolari, spesso improvvisati, raramente davano i risultati sperati: si consigliava, ad esempio, di bere aceto (per lo più inutilmente), oximele (un antico rimedio naturale a base di miele e aceto di mele, spesso arricchito con erbe officinali), olio rosato4 (un preparato con olio d’oliva e macerato di rosa), succo di rafano, decotti di asparagi e prezzemolo oppure, peggio ancora, si ricorreva a sostanze emetiche molto aggressive.5

Tra queste figuravano il vetriolo6 e il cosiddetto tartaro emetico, un composto a base di antimonio, impiegato per provocare il vomito ma capace, allo stesso tempo, di causare reazioni estremamente violente e pericolose, talvolta più dannose dell’intossicazione stessa.7

Non a caso, in quel periodo circolavano anche i cosiddetti “calici vomitori”, coppe nelle quali erano stati preparati o lasciati reagire composti di antimonio utilizzati proprio per indurre il vomito, sfruttando la tossicità del metallo tossico con cui erano fatte.8

Altri rimedi popolari prevedevano l’ingestione della ruta, un’erba amara che pareva essere mirabilissimo antidoto dei pestiferi veleni, utilizzato non solo come antidoto contro i veleni fungini, ma come rimedio di tutti i morbi, peste compresa.9

Una pianta che, secondo il proverbio volgare, ogni male stuta, e che già gli Antichi utilizzavano per proteggersi in ricette preparate proprio allo scopo di evitare gli avvelenamenti dei nemici.

In altri casi, a chi aveva ingerito funghi nocivi, si consigliava l’ingestione di rafani crudi in quantità, di foglie di nasturzio, di vino, di liscivia di sarmenti di vite, e di altri ingredienti del tutto degni del calderone di una strega, come feccia di vino bruciata, assenzio, ma anche sterco di gallina preso in bevanda con aceto o escrementi di topo bevuti con vino e clisteri di olio e grasso d’anatra.10 Insomma cacche di ogni genere, da quelle umane fino a quelle dei polli e dei piccioni.11

Un’altra “medicina” utilizzata molto di frequente per contrastare le intossicazioni fungine era la celebre teriaca, un farmaco la cui complessa composizione affonda le radici nell’antichità classica.

Si trattava di fatto di un preparato polifarmaco composto da decine di ingredienti, tra cui oppio, spezie orientali, erbe aromatiche e sostanze animali, come la carne di vipera, che era ritenuto un antidoto universale contro veleni e tossici di varia natura, la classica panacea per tutti i mali.
Nel corso del Medioevo e dell’età moderna godeva di un enorme prestigio e veniva utilizzata anche in caso di sospetto avvelenamento da funghi, come testimoniano numerosi trattati medici e farmacopee. Ancora nel Cinquecento, Pietro Andrea Mattioli ne menziona l’impiego nei suoi commenti a Pedanio Dioscoride, anche se ne emerge piuttosto una concezione della terapia fondata più sull’autorità della tradizione che su vere evidenze sperimentali.
Tuttavia, nonostante la sua fama, la teriaca non possedeva alcuna efficacia specifica contro le tossine fungine più pericolose; il suo uso rispondeva piuttosto all’idea, profondamente radicata nella medicina premoderna, dell’esistenza di antidoti universali capaci di contrastare qualsiasi veleno.

Più in generale però, considerando il problema a monte, e quindi per evitare di dover porre rimedio a un’intossicazione fungina, la mancanza di certezze sulle specie edibili favorì la diffusione di un vero e proprio profluvio di tecniche, notoriamente inefficaci, volte a “svelenire” i funghi potenzialmente nocivi.
Anche in questo caso si trattava per lo più di espedienti privi di fondamento, ne cito solo alcuni: si consigliava, ad esempio, di far bollire i funghi con monete d’argento o cucchiai metallici, nella convinzione che questi cambiassero colore in presenza di veleni; oppure di cuocerli insieme ad aglio o cipolla, che si riteneva fossero in grado di assorbirne le sostanze tossiche; o ancora, di eliminare la cuticola e farli macerare a lungo in acqua o aceto, con l’effetto di ottenere una poltiglia non necessariamente priva di rischi, dato che non tutte le tossine dei funghi si deteriorano con la cottura né scompaiono con la macerazione.

Un altro dei rimedi più raccomandati per contrastare eventuali veleni dei funghi era un ingrediente molto semplice e affatto nocivo: la pera.12
Si trattava di una credenza già in uso per gli antichi che si protrasse per lungo tempo. Stavolta l’ingrediente che avrebbe dovuto prevenire il male piuttosto che curarlo era decisamente meno fastidioso dei purganti e degli emetici che avrebbero seguito i pasti funesti.

Plinio, Dioscoride Anarzabeo, e, più tardi, i dottori del Cinquecento,…insomma, tutti consigliavano di consumare i funghi accompagnandoli da pere selvatiche, dalla loro buccia, o, in mancanza, almeno da pere domestiche.

Il suddetto frutto avrebbe infatti avuto il pregio di togliere l’umore maligno ai funghi. Insomma, la pera 🍐 era considerata a tutti gli effetti la triaca delli fongi, specie se il pasto era innaffiato da abbondante vino. 🍷
Perciò, via libera a mense a base di funghi purché fossero stati messi a bollire assieme alle pere, con zucchero, spezie, olio e aceto e altri miscugli simili.
Quali proprietà mistiche avrebbe dunque questo frutto per riuscire a neutralizzare tali veleni? Pare una certa “proprietà astringente” sufficiente a digerire il gran carico dei funghi molesti. Ciò che oggi ci appare così bislacco aveva in realtà radici in quella che era la cosiddetta teoria dei correttivi.13 In pratica, secondo la dietetica di tradizione galenica14, esistevano alimenti considerati caldi e alimenti considerati freddi.
I funghi, appartenenti a quest’ultima categoria, erano ritenuti dei cibi umidi difficili da digerire e quindi necessariamente da “correggere” mediante la cottura e l’associazione con alimenti giudicati più “temperanti”. In pratica, se un cibo aveva qualità “negative” per il corpo, lo si poteva bilanciare mangiandolo assieme ad altri con qualità opposte.
Tra questi alimenti correttivi c’erano appunto spezie, vino o aceto, e anche la frutta cotta, e quindi le pere, cui si attribuivano proprietà digestive, soprattutto nella cucina medievale e rinascimentale francese e italiana.15

Insomma, nella più cruda realtà, nessuno di questi metodi era in grado di neutralizzare le tossine più pericolose, e la loro diffusione contribuì spesso a rafforzare una falsa sensazione di sicurezza, talvolta con esiti tragici.
Numerose sono le cronache, piene di dettagli minuti, sulle atroci sofferenze patite dagli intossicati che, più o meno fortunati, uscivano vivi o morti da una scorpacciata incauta di funghi. Dolori, nausee, vomiti e soffocamenti degni di un girone infernale.

Come abbiamo detto, la storia degli avvelenamenti da funghi evidenzia come, in passato, la conoscenza delle specie fungine fosse limitata e spesso trasmessa tramite tradizioni orali e osservazioni empiriche. Solo con l’avvento della micologia scientifica, a partire dal XIX secolo, è stato possibile classificare e comprendere meglio le specie velenose, riducendo il rischio di avvelenamenti accidentali.

Un po’ alla volta, la sistematica portò alla pubblicazione di manuali per il riconoscimento dei funghi, e, in generale, si affermò un approccio fondato sull’osservazione rigorosa dei caratteri morfologici e sulla classificazione scientifica, che sostituì progressivamente i criteri empirici della tradizione.

Un micologo contemporaneo, David Arora16, in uno dei suoi scritti, inserisce ironicamente una fotografia di un fantomatico Toadstool Tester, un inesistente marchingegno che, apparentemente dotato di elettrodi, servirebbe a testare l’edibilità di un fungo. Naturalmente si tratta di una provocazione inserita ad hoc per mettere in ridicolo la diffusa illusione che esistano metodi semplici e immediati per distinguere i funghi commestibili da quelli tossici, richiamando invece la necessità di un riconoscimento rigoroso e scientifico.

Bizzarri esperimenti
Un’altra opzione percorribile (ma altamente sconsigliabile) era quella di seguire le orme di un personaggio bizzarro come Charles McIlvaine (1840-1909), un sedicente “micologo dilettante” che per attestare la tossicità o meno di un fungo si esercitava nel relativo assaggio. Esattamente, è proprio come pensi: di fatto, rischiava la propria pelle per stabilire se un fungo fosse o meno velenoso.
Questa frase necessita di qualche specificazione, me ne rendo conto. Quindi, procediamo con qualche informazione in più su di lui.
Membro attivo durante la Guerra Civile Americana, cui partecipa dal 1861 al 1865, Charles, nominato capitano della Compagnia H del 97° Reggimento dei Volontari della Pennsylvania, qualche anno dopo, nel 1873, si trasferisce in Europa, dove intraprende la carriera di scrittore frequentando ferventi ambienti artistici e, tornato negli Stati Uniti, pubblica articoli satirici sui più importanti magazine della città di Detroit, sotto lo pseudonimo di Tobe Hodge.
Charles McIlvaine si avvicina alla micologia negli anni Ottanta dell’Ottocento, ormai quarantenne, dopo essersi trasferito nel West Virginia. La vera svolta micologica però c’è verso la fine del secolo, quando, a Philadelphia, incontra il celebre Charles Horton Peck, uno dei più importanti micologi americani, che esercitò una forte influenza sui suoi studi. Ti ricordo che ci siamo già imbattuti in lui quando, qualche puntata fa, abbiamo parlato di Mary Banning.
E fu proprio McIlvaine a scrivere apertamente a Peck riguardo alla determinazione delle specie fungine: “Non do per buona la parola di nessuno quando si tratta di funghi. Ci devo pensare io.”17
Ecco quindi il suo metodo utilizzato per analizzare la tossicità o l’edibilità di un fungo, condizione a suo parere imprescindibile per poter determinarne esattamente la specie.
Ne assaggiava un pezzetto crudo (che non ingoiava), una piccola quantità, di cui in seguito annotava gli effetti. Poi proseguiva l’esperimento con una uguale porzione cotta e infine, se gli effetti che si manifestavano non apparivano nocivi, ne consumava una quantità più consistente per finire con il coinvolgere in queste scorpacciate persino amici e parenti, che non sempre si prestavano volentieri a questi banchetti sperimentali, potenzialmente tossici, se non peggio.

Essendo convinto che il solo genere di funghi davvero mortale fosse il genere Amanita, lo escludeva a prescindere da questi bizzarri esperimenti, ma il rischio di conseguenze nefaste non era affatto scongiurato.
Per sua stessa ammissione, non mancò infatti di intossicarsi più volte.18 Ma la soluzione ad ognuno di questi sfortunati pasti era una sola: un emetico (ovvero un farmaco che inducesse il vomito) seguito da un bicchiere di olio e whisky come ricostituente. Una “cura” decisamente bislacca, non troppo dissimile da quelle più antiche prima nominate.
McIlvaine dichiarava di aver determinato, con questo suo metodo, addirittura 436 specie diverse; il suo amico Peck sosteneva invece che si trattasse di una stima un po’ gonfiata e, anzi, sconsigliò più volte l’eccentrico micofilo di mangiare funghi che non conoscesse. Ma la personale missione di McIlvaine era quella di rendere popolare la conoscenza dei funghi, proprio perché a suo parere si trattava di un’abbondante risorsa alimentare che veniva sprecata, rimanendo inutilizzata.

In ogni caso, pare sia attestato che il capitano McIlvaine finì per consumare, senza conseguenze tragiche, anche specie considerate tossiche, come la Russula emetica e l’Hypholoma fasciculare, guadagnandosi il soprannome di Old Ironguts, che si potrebbe tradurre con “vecchie budella di ferro”.19

Dell’Hypholoma fasciculare, il cosiddetto falso chiodino, classificato come velenoso, arrivò persino a dichiarare non solo che non è velenoso, ma persino che è buono sottaceto e che se ne può ricavare un buon ketchup.20 In quale preparazione esattamente non oso immaginare, considerato che si tratta di un fungo che pare essere di sapore amaro ed è noto per provocare generalmente una cosiddetta “sindrome gastroenterica costante”.

Mentre degli esemplari assaggiati di Russula emetica dichiarò: “La maggior parte sono dolci e hanno un gusto nocciolato; alcuni sono piccanti come il più feroce pepe di Caienna, qualità che però perdono durante la cottura...I loro cappelli diventano i piatti più appetibili quando vengono stufati, cotti al forno, arrostiti o scaloppati”.21
L’epiteto di questo fungo parla chiaro: emetico, ovvero capace di far rimettere. È considerato tossico, irritante delle mucose e responsabile di sindrome gastroenterica, anche con gravi conseguenze. Eppure McIlvaine pare averlo cucinato con gusto in diverse varianti gastronomiche.
Insomma, la sua leggendaria resistenza gastrointestinale e il suo entusiasmo incrollabile per la micofagia lo fecero passare alla storia.
John Cage arrivò a dire di lui: “Charles McIlvaine era in grado di mangiare quasi tutto, purché fosse un fungo.”22
Ma il nostro Capitano non fu certo l’unico a tentare un metodo discutibile.
Ci fu infatti chi, a proposito dei funghi velenosi, tentò un metodo del tutto rudimentale, ma a parer suo efficace, non per identificare i funghi, ma per svelenire quelli notoriamente tossici e rendere più digeribili quelli edibili: tale Frédéric Gérard, che suggeriva semplicemente di affettarli e metterli in ammollo per tre ore con tre cucchiai di aceto e due di sale da cucina.

Questa “marinatura”, da sciacquare e rinnovare con ulteriore acqua pulita, sarebbe stata secondo lui sufficiente a evitare intossicazioni.

Per tornare al personaggio, Gérard fu un medico e naturalista francese, che visse a pieno i tormentati anni della Rivoluzione parigina del 1848 e partecipò con fervore al clima politico e intellettuale di quegli anni, segnato dall’affermazione di ideali repubblicani, dalla mobilitazione delle élite cittadine e da un intenso dibattito sulle riforme sociali.23 E questa serie di informazioni non avrebbe tanto peso sul suo operato scientifico se non riflettesse, anche in questo campo, una sua certa predisposizione al sovvertimento delle regole e all’azzardo, così come una propensione alla verifica diretta e alla messa in discussione delle conoscenze acquisite.

Pare infatti che il suddetto, adottando questo suo sistema, sia uscito indenne dal consumo di più di una settantina di chili di funghi. Anzi, dichiarò di aver coinvolto persino la sua numerosa famiglia in questi pericolosi esperimenti fungini, i cui membri, diversi per sesso ed età, diventavano vere e proprie cavie sulle quali testare la affidabilità della sua teoria dello svelenimento dei funghi tossici, fortunatamente senza esiti negativi.
Tra i funghi assaggiati pare ci fossero l’Amanita muscaria, il Porcino malefico (Rubroboletus satanas), ma anche la cosiddetta bubbola mezzana24, e anche per lui, come McIlvaine, la Russula emetica.

Considerato un metodo all’avanguardia rispetto ai consueti test casalinghi di cucchiai d’argento e anelli d’oro, fondati sulla credenza che i metalli potessero annerire in presenza di sostanze tossiche, quello di Gérard era ritenuto da alcuni di una certa attendibilità, sebbene non mancassero, con buone ragioni, le riserve da parte del Consiglio di Salute francese.25

Una cosa è certa: pur se in contesti geografici e culturali molto diversi, sia Charles McIlvaine che Frédéric Gérard sono state due figure emblematiche per quel che riguarda un approccio sperimentale (e per certi versi piuttosto temerario) allo studio dei funghi con esperimenti arditissimi che si collocano in una fase della storia della micologia in cui il confine tra osservazione scientifica e semplice audacia personale finiva spesso per essere piuttosto sottile.
📹 Ti metto qui un video su un calice vomitorio conservato presso il Victoria & Albert Museum di Londra.
📖 Sulla preparazione della Teriaca e la sua storia bolognese trovi un approfondimento qui.

Un acquerello di Domenico Ramponi del 1818 che rappresenta la preparazione della teriaca nel cortile dell’Archiginnasio della città di Bologna, operazione che poteva durare dai 40 ai 60 giorni. Oggi Fungotropìa si conclude con una illustrazione-consiglio musicale di Caio Sorana. Una illustrazione a tema poison, “veleno”, e a tutte le canzoni che contengono questa parola, con un suo personale commento, Eccola qui:
Questo numero di Fungotropìa finisce qui. E tu tenteresti i metodi per testare l’edibilità dei funghi? Il prossimo numero arriva lunedì 25 maggio.
Ti aspetto!
Camilla
Spero che questo numero ti sia piaciuto e che questo formato sia per te leggibile e interessante. Hai commenti o suggerimenti? Scrivimi pure, ti leggo! E se ti è piaciuta condividi Fungotropìa con chi vuoi.
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Mi chiamo Camilla Mazzanti, non sono una botanica né una micologa ma solo una persona curiosa. Questa è Fungotropìa.
Le illustrazioni sono di Alice Fadda.
Paulet è considerato il padre della micotossicologia, individuò per primo la tossicità della Amanita phalloides e specie affini e segnalò il fenomeno dell’insorgenza tardiva dei sintomi.
Fonte: AA.VV., Storia della micologia italiana e primo contributo alla nomenclatura corretta dei funghi, Ispra, Manuali e Linee Guida, 104, 2013, p. 61
L'antiquité avoit déjà prononcé que tous les champignons sont en général malfaisans, et que le plus sûr est de ne pas y toucher. Des écrivains modernes avoient même été plus loin, en proposant d'en proferire entièrement l'usage parmi les hommes. C'étoient autant de motifs, de prétextes favorables à la paresse ou à l'ignorance, capables de justifier le silence qu'on auroit pu garder à leur égard. Mais peut-on empêcher les hommes de faire usage de ces plantes, et se dissimuler le besoin d'une instruction?
Fonte: Paulet, Jean-Jacques, Traité des champignons, 1793
Toute la terre est couverte de champignons, & presque tous les peuples qui y sont répandus en font entrer dans leurs alimens. On les porte au marché de Pékin, à la Chine, comme à ceux de Pétersbourg & de Florence, en Europe; c'est une ressource sur-tout pour les peuples de Russie, de Hongrie, de Toscane, principalement pendant le carême. Les accidens observés chez eux dans tous les temps & qui y arrivent quelquefois encore (a), ne les en ont point dégoûtés; ils n'ont servi qu'à rendre ces peuples plus instruits, plus attentifs. Un Russe, en effet, un habitant de Toscane connoît mieux, en général, les champignons, que nos jardiniers ne connoissent les plantes qu'ils cultivent; il fait les distinguer, les classer, les caractériser même mieux que nous, parce que fa méthode est le fruit du besoin, le résultat d'une longue suite d'observations & d'expériences, celui du concours des lumières de plusieurs hommes réunis.
(a) Targioni Tozetti rapporte dans ses voyages, que dix-sept bucherons ayant mangé des champignons cueillis dans un bois en Toscane, neuf en moururent le lendemain.
L'accident arrivé à la veuve du czar Alexis, qui s'empoisonna avec des champignons qu'on avoit gardés pour le carême, & rapporté par Muller, est de notre siècle.
Fonte: Paulet, Jean-Jacques, Traité des champignons, 1793
L’olio rosato, dal latino oleum rosatum, era un preparato medicinale, molto comune nella farmacopea antica e rinascimentale, a base di olio d’oliva e petali di rosa, già descritto da Mattioli come rimedio “che rinfresca e calma i dolori”.
Fonte: Mattioli, Commentarii, 1554
Fonte: I tre dialoghi del dottor fisico Vincenzo Bruno di Melfi, appresso Tarquinio Longo, Napoli, 1602, pp. 233, 234
Nel passato il solfato di rame, detto anche vetriolo azzurro, era usato come emetico, ma ora è considerato troppo tossico per questo uso.
Fonte: Wikipedia - Solfato rameico
Il cosiddetto tartaro emetico, o tartrato di potassio antimonio, era utilizzato come rimedio vomitivo fin dal Medioevo. Essendo considerato tossico veniva somministrato utilizzando delle coppe di antimonio, dove si lasciava a decantare per ventiquattr’ore del vino. La soluzione risultante di tartrato di potassio e antimonio nel vino era poi consumata in piccole porzioni fino al raggiungimento del desiderato effetto emetico. Si trattava di un rimedio molto apprezzato dai grandi bevitori, che lasciavano tutta la notte un sorso di vino in una coppa di antimonio da bere al mattino per smaltire i postumi della sbornia, rendendo il risveglio meno difficile. Gli acidi del vino e l’acido tartarico, lasciati decantare, scioglievano un po’ di antimonio, producendo così il composto emetico e il conseguente effetto purgativo.
Fonte: Oszajca, Paulina, La virtù emetica dell’Antimonio, Calices vomitorii e pillulae perpetuae, Atti e memorie, 2019. pp. 33-44
Fonte: Elici, F., Arca novella di sanità con alcune regole per conservarsi sano e vivere virtuosamente, per Iacinto Paci, Lucca, 1656, p. 281
Fonte: Sole, Giovanni, Storia dei funghi, Rubbettino, 2025, pp. 54 e ss.
Fonte: Sole, Giovanni, Storia dei funghi, Rubbettino, 2025, pp. 41 e ss.
È un’idea della medicina e dietetica antica, soprattutto greco-romana e rinascimentale, secondo cui nessun alimento è buono o cattivo in assoluto, ma può essere “bilanciato” da altri cibi o sostanze. Il “principio dei correttivi” è l’idea che un alimento potenzialmente dannoso o difficile da digerire possa essere reso più sicuro o equilibrato combinandolo con altri alimenti di qualità opposta.
Per “dietetica di tradizione galenica” si intende l’insieme delle teorie mediche derivate dall’insegnamento di Galeno (II sec. d.C.), secondo il quale la salute dipendeva dall’equilibrio dei quattro umori fondamentali del corpo (sangue, flemma, bile gialla e bile nera). Gli alimenti venivano classificati in base alle loro qualità: caldo, freddo, secco, umido, e la dieta assumeva quindi anche una funzione terapeutica. In questo quadro, i funghi erano considerati cibi “freddi” e “umidi”, difficili da digerire e potenzialmente pericolosi, motivo per cui il loro consumo veniva frequentemente accompagnato da prescrizioni correttive, spezie o rimedi compensatori.
Il Fungo è una pianta molto humida & frigida, onde non sono le sue facultà troppo lontane dai medicamenti velenosi & mortiferi. Enne tra essi di quelli, che ammalano, & quelli massime, che seco hanno naturalmente qualità putredinosa.
Fonte: I discorsi di M. Pietro Andrea Matthioli..nelli sei libri di Pedacio Dioscoride Anazarbeo della materia medicinale, p. 1163
Nella cucina medievale e rinascimentale era comune combinare cibi “pesanti” come carni, selvaggina, e funghi con elementi dolci, acidi e fruttati. Si combinavano quindi carni con mele o pere, si realizzavano preparazioni agrodolci o si utilizzavano composte di frutta come accompagnamento di piatti elaborati.
David Arora è un micologo e divulgatore statunitense noto per aver reso la micologia accessibile al grande pubblico con uno stile brillante, ironico e anticonvenzionale. Le sue guide hanno avuto enorme diffusione tra raccoglitori e appassionati, proprio perché uniscono rigore scientifico e tono leggero.
“I take no man’s word for the qualities of a toadstool. I go for it myself.”
Charles McIlvaine a Charles Horton Peck
Fonte: David W. Rose, The Poisoning of Count Achilles de Vecchj and the Origins of American Amateur Mycology, McIlvainea 16 (1), Spring 2006, pp. 37-55
Fonte: Brunori A., Cassinis A., I funghi nella storia, Sandro Teti Editore, 2014
Fonte: David W. Rose, The Poisoning of Count Achilles de Vecchj and the Origins of American Amateur Mycology, McIlvainea 16 (1), Spring 2006, pp. 37-55
Fonte: Money, NT., Mushroom, Oxford University Press, 2011, pp. 79–81
“It is not poisonous, but one of our most valuable species…It makes a choice pickle and a good catsup.”
Fonte: David W. Rose, The Poisoning of Count Achilles de Vecchj and the Origins of American Amateur Mycology, McIlvainea 16 (1), Spring 2006, p. 39
“Most are sweet and nutty to the taste; some are as hot as the fiercest cayenne, but this they lose upon cooking…Their caps make the most palatable dishes when stewed, baked, roasted or escalloped.”
Fonte: Peter Smith, Charles McIlvaine, Pioneer of American Mycophagy, Smithsonian magazine, 2012
“Charles McIlvaine was able to eat most anything, providing it was a fungus.”
Fonte: David W. Rose, The Poisoning of Count Achilles de Vecchj and the Origins of American Amateur Mycology, McIlvainea 16 (1), Spring 2006, p. 40
Frédéric Gérard partecipò attivamente al clima politico della Rivoluzione del 1848, in particolare nell’area di Montrouge, dove prese parte ai cosiddetti “banchetti popolari”, espressione tipica della mobilitazione repubblicana dell’epoca. In questo contesto collaborò alla fondazione e alla pubblicazione del giornale Le Démocrate égalitaire insieme a Clair Adolphe Chardon. Con l’instaurazione del Secondo Impero e l’ascesa al potere di Napoleone III, fu successivamente coinvolto in accuse di cospirazione politica e allontanato dal suo incarico presso il ministero.
I cosiddetti banchetti popolari, a cui Gérard prese parte, non erano semplici occasioni conviviali, ma veri e propri strumenti di mobilitazione politica: organizzati in forma di pranzi pubblici, permettevano di aggirare le restrizioni sulle riunioni politiche e diventavano spazi di discussione e propaganda repubblicana. In tali contesti, attraverso brindisi ritualizzati, discorsi pubblici e richiami simbolici alla tradizione rivoluzionaria del 1789 e del 1792, si costruiva un linguaggio politico condiviso. Per intellettuali come Gérard, questi incontri rappresentavano anche un luogo di intersezione tra produzione culturale, impegno politico e circolazione delle idee, contribuendo a definire il clima ideologico che avrebbe condotto alla Rivoluzione del 1848.
Fonte: Wikipedia - Frédéric Gérard
Forse Amanita junquillea, o gemmata in base al nome volgare toscano.
Fonte: Da Agaricus arvensis ad Amanita vittadini, Biblioteca micologica, I nomi dialettali, dal nome scientifico dei funghi al nome volgare e al dialetto locale, Forum Funghi e Micologia
Le cronache italiane ottocentesche sembrano in realtà apprezzare il metodo di Gérard e si pongono in maniera critica rispetto ai dubbi espressi dal Consiglio di salute francese:
I due rapporti fatti al Consiglio di salute portano le date del 9 e del 26 novembre 4854; sono del sig. Cadet Gassiucour. Poco importa se il consiglio di salute, pur tributando i dovuti elogi al sig. Gerard, stimò che fosse pericoloso di rendere popolare questo metodo, dubitando che le prescrizioni del sig. Gerard potessero; in pratica, essere mal comprese e mal eseguite, e quindi derivare maggiori pericoli all’igiene pubblica dall’introdurre l’uso di mangiare funghi velenosi.
Fonte: Bullettino dell’Associazione Agraria Friulana, “Modo di rendere mangiabili i funghi velenosi”, Udine, anno VII, n. 30, 29 luglio 1862, p. 237
















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