#45 Confini e frontiere
Storie liminari di funghi
Ciao! Grazie di essere qui. 🍄
Fungotropìa è la newsletter appassionata di funghi che viaggia nel sottobosco come un micelio trovando connessioni. È scritta da me, Camilla Mazzanti, senza pretesa di scientificità ma con curiosa voglia di scoperta. Per ora arriva due volte al mese, ma solo quando vuole, come i funghi, non quando li cerchiamo con ostinazione ma quando meno ce li aspettiamo, come dei tesori.
“Il bosco non si divide per nazionalità come una cartina geografica, hai mai visto una betulla ritrarre i rami per non sconfinare in territorio straniero? E dimmi Schatzi, aveva aggiunto ispirato quel giorno, oggi che abbiamo attraversato questo ben controllato confine, tu hai visto qualche differenza? Gli alberi da una parte ti sembrano forse diversi da quelli che stanno dall’altra? E le foglie? E gli uccelli sui rami? E i camminatori del bosco di là ti sembrano forse differenti da quelli di qua?”
da Federica Manzon, Il bosco del confine, Aboca edizioni, 2020
Abitare i confini
Il romanzo di Federica Manzon che ti ho appena citato si apre con un padre e una figlia che attraversano il confine tra Italia e Slovenia, entrando in uno spazio che è al tempo stesso geografico e mentale. È ambientato tra fine anni Settanta e Ottanta, nel pieno della disintegrazione della Jugoslavia. Ma il padre, pacifista, usando il bosco come luogo simbolico di mescolanza e di ascolto, insegna alla figlia, Schatzi, che non esistono veri confini.

Il tema è quello della frontiera, che non è semplicemente una linea sulla carta geografica, un luogo in cui la Storia irrompe nelle biografie individuali e plasma identità e memorie. Crescere in un territorio di confine significa confrontarsi continuamente con l’ambiguità dell’appartenenza: sentirsi parte di più mondi senza coincidere completamente con nessuno di essi.
Il bosco che dà il titolo al romanzo diventa così uno spazio simbolico in cui le divisioni politiche perdono parte della loro forza. È un luogo attraversato da memorie familiari, da storie collettive e, soprattutto, dalle ferite lasciate dal Novecento, ma allo stesso tempo uno spazio in cui la natura sembra ignorare le frontiere costruite dagli esseri umani. Non ci sono cambiamenti evidenti nel paesaggio, è il modo in cui lo leggiamo a modificarsi. Il confine, infatti, non è tanto ciò che divide due territori, quanto ciò che cambia il nostro modo di raccontarli.

Ed è proprio sul racconto, inteso come pratica di sguardo e di interpretazione, che ho trovato un’ispirazione in una newsletter dedicata alla scrittura creativa, Storytelling Dice 🎲, curata da Cinzia Campisano, che seguo con piacere.
Si tratta di un’appuntamento nel quale Cinzia, ogni mese, lancia degli speciali dadi racconta-storie: sulle loro facce compaiono immagini e suggestioni che diventano il punto di partenza per esplorazioni narrative. Da ogni lancio nascono tre curiosità e tre tracce di scrittura, ovvero piccoli inviti a guardare il mondo da prospettive inattese.
Il numero di Fungotropìa di oggi vuole essere un omaggio a questo metodo creativo. Se i funghi ci insegnano qualcosa, infatti, è che le connessioni più interessanti spesso nascono da incontri improbabili. Così, per questa puntata dedicata ai confini, ho immaginato di lanciare anch’io dei dadi narrativi nel sottobosco.
Ecco, i miei dadi racconta-storie, immaginati per questa puntata, sono: fungo, confine e bosco.
Dalle immagini emerse sono nate alcune curiosità fungine e altrettante tracce di scrittura, da raccogliere come si raccolgono i funghi: con attenzione, stupore e senza sapere esattamente dove ci porteranno. Cominciamo.
Il confine, in ecologia, ma anche in filosofia e persino in arte, non è mai soltanto una linea che separa. Può essere un limite fisico, certo, come una barriera, ma anche un confine ecologico, biologico, sociale, culturale. E soprattutto: i confini non sono soltanto margini che dividono, bensì zone di scambio e di transizione.
A questo proposito, visto che questo spazio di condivisione delle mie scoperte fungine era nato originariamente come un diario, voglio dirti che ho scoperto un termine che non conoscevo: ecotono, che si addice particolarmente al tema di questa puntata.
Con ecotono1 si intende, cito, “un ambiente di transizione tra due ecosistemi”, una zona di transizione e di tensione fra due o più comunità biologiche diverse (per es., foresta e prateria, fondo roccioso e fondo melmoso del mare, ecc.), in cui si trovano organismi propri delle comunità confinanti, ma anche altri, esclusivi della zona stessa. Una zona estremamente ricca di biodiversità.
È quindi proprio in questa fascia che unisce due ecosistemi che la vita si moltiplica. È nelle frontiere tra urbano e naturale, tra umano e non umano, che emergono sì tensioni, ma anche possibilità: di ibridazione e di contaminazione, e, quindi, di una ricca trasformazione.
In questo senso i funghi sono maestri del vivere nei confini. Non sono né piante né animali, abitano un regno a sé, e la loro funzione ecologica si svolge sempre sul crinale tra mondi diversi.
Pensa ai funghi decompositori, che si collocano sul bordo tra il morto e il vivo, trasformando la materia inerte in nuova fertilità. Oppure alle micorrize, quelle reti invisibili che intrecciano radici e micelio: veri e propri “confini viventi”, capaci di collegare organismi diversi e farli comunicare attraverso nutrienti e segnali chimici.

Ci sono poi funghi che vivono ai margini del possibile, lo abbiamo già visto in alcune puntate di Fungotropìa: sulle rocce, nei deserti, tra radiazioni, ai limiti delle condizioni di vita conosciute. Sono i custodi degli estremi, e sono quindi prova che la vita trova radici proprio dove i “confini” sembrano invalicabili, come il Cryomyces antarcticus uno dei funghi estremofili più studiati, che vive all’interno delle rocce in Antartide sopravvivendo in condizioni considerate quasi incompatibili con la vita.

Ma anche funghi che, come la Mitrula paludosa, vivono tra acqua e terra; crescono su detriti vegetali immersi nei corsi d’acqua forestali, ovvero prosperano nel punto esatto in cui ambiente acquatico e terrestre si intrecciano. Si tratta di un piccolo fungo di un color giallo brillante che predilige habitat molto umidi come le torbiere o le paludi e che spesso cresce addirittura dai detriti vegetali sommersi.

Il confine non è solo una linea che separa. È un luogo che si abita, che segna e trasforma chi ci vive. Oggi voglio farti un ulteriore esempio. Nel libro Radio Judrio. Vivere dentro la frontiera2, gli autori, Barbara Pascoli e Massimo Crivellari raccontano la vita nella valle dello Judrio, tra Italia e Slovenia.3 Qui il confine è concreto, ovvero una frontiera che è politica, linguistica, culturale, ma è anche qualcosa di invisibile che produce però effetti tangibili, come isolamento e marginalità quotidiana. È una soglia che condiziona la vita, ma che custodisce anche ritmi e memorie.

I funghi ci aiutano a leggere questo paesaggio. Sono abitanti dei confini per natura: come le comunità dello Judrio, emergono in spazi marginali, lontani dai centri di potere. Là dove sembra esserci abbandono, loro vedono risorsa; dove c’è rovina, loro costruiscono futuro invisibile.
Il micelio sotterraneo può diventare metafora delle reti di legami che, anche in territori isolati, tengono insieme famiglie e comunità. Invisibili ma vitali, silenziosi ma tenaci. Così come le fotografie di Crivellari mostrano muri, pietre, oggetti quotidiani che si consumano e resistono, anche i funghi abitano le crepe e gli interstizi: zone di passaggio tra interno ed esterno tra umano e selvatico.
Nel ciclo vitale dei funghi si può leggere la vita stessa di chi vive “dentro la frontiera”: stagioni di silenzio, attese lunghe, nuove resistenze. Come nel bosco di confine di Federica Manzon, dove il limite diventa spazio di narrazioni e identità intrecciate, anche nello Judrio il confine non è un muro ma un’area viva, densa, generativa. E i funghi ci insegnano a vederlo così: non soltanto come barriera, ma come soglia fertile, come possibilità di incontri e trasformazioni.
E infine, i funghi ci mettono davanti a un confine concettuale e culturale: quello del nostro stesso pensiero. Ci costringono a immaginare la vita come una rete fluida, dove i confini non sono muri, ma membrane permeabili. In questo senso, i funghi ci suggeriscono che i confini non sono solo separazioni, ma anche luoghi in cui la vita si rinnova e si reinventa. Come non amarli?
Nelle fratture
Alcune conversazioni non finiscono quando ci si saluta. Restano nel terreno, come un micelio invisibile, e continuano a produrre connessioni.
È quello che è successo con il dialogo che ho avuto con Xalli Zúñiga, artista e ricercatrice che lavora all’incrocio tra ecologia, femminismi decoloniali e pratiche più-che-umane. Partite dalla nozione di “scrittura fungina”, ci siamo ritrovate a parlare di relazioni, margini, appartenenze.
Ripensando oggi a quella conversazione, mi accorgo che molte delle spore lanciate allora hanno viaggiato lontano, e riemergono qua e là intrecciandosi con altri temi che attraversano le diverse puntate di Fungotropìa. Uno di questi è, appunto, il confine.
Non il confine come linea che separa, ma come spazio di relazione. Come soglia, zona di contatto, luogo in cui identità, storie e forme di vita differenti si incontrano e si trasformano reciprocamente.
È stato proprio a partire da questa idea che ho voluto chiedere a Xalli in che modo la scrittura fungina potesse aiutarci a immaginare connessioni tra voci marginalizzate, oppresse o messe a tacere. Quando ho avuto modo di discutere di scrittura fungina con Xalli, le avevo anche fatto questa domanda:
Tu suggerisci che i funghi incarnino forme di resistenza e comunicazione tra i margini. In che modo la “scrittura fungina” potrebbe aiutarci a coltivare connessioni tra voci oppresse, razzializzate o messe a tacere? Quali tipi di coalizioni possono crescere nell’oscurità?
È una bella domanda. Penso che se altre forme di vita potessero scrivere come fanno gli umani, rivelerebbero come la loro sofferenza rispecchi la nostra. Il femminismo, nel suo nucleo, è connettivo: costruisce il riconoscimento attraverso la differenza. Penso a donne come Doña Macedonia Blas Flores, di El Bote, che è stata nominata per il Premio Nobel per la Pace per il suo lavoro in cui organizza conversazioni tra donne indigene sulla violenza domestica. Attraverso questi scambi - quello che Silvia Federici chiama “pettegolezzi” (gossip) in Witches - le donne condividono le loro esperienze e iniziano a rendersi conto che il loro dolore non è isolato ma strutturale. Ciò che una volta sembrava personale diventa visibile come parte di un più ampio sistema di dominio.

Riprendo un attimo la parola e faccio una precisazione: viene spontaneo chiedersi perché accostare a questo tema proprio i funghi. In realtà se prendiamo il confine non come linea ma come spazio di relazione, i funghi sono tra gli organismi che meglio rappresentano questa condizione.

Quando Silvia Federici parla di gossip, poi, non intende affatto il pettegolezzo nel senso banale e dispregiativo che ha oggi questa parola, anzi. Nell’Inghilterra della prima età moderna, questa parola indicava infatti le persone che accompagnavano una donna durante il parto, come la levatrice, ma non solo.4 Divenne inoltre un termine per designare l’amicizia, soprattutto tra donne, senza alcuna connotazione necessariamente negativa. Il significato moderno di gossip è il risultato di una trasformazione storica legata alla distruzione delle reti femminili di solidarietà.5
Il punto fondamentale è che gossip, prima di diventare “pettegolezzo”, era il nome di una relazione: una rete di vicinanza, cura, complicità e sostegno reciproco tra donne. È proprio questa dimensione relazionale che lei considera politicamente importante e che, nel corso della modernità, è stata progressivamente svalutata e ridicolizzata.
Continua Xalli:
Questo è esattamente ciò che i femminismi neri e latini ci hanno a lungo mostrato attraverso il concetto di carne: che l’oppressione è vissuta, carnale e metabolicamente sentita. Nominare questo permette alle persone di riconoscere che queste non sono disgrazie private, ma condizioni collettive di danno a cui si deve resistere.
La scrittura fungina, in questo senso, è un’altra forma di pensiero di confine, come direbbe Gloria Anzaldúa: pensare e sentire dal mezzo. Ma lo estende al più che umano. Le reti miceliali non prestano attenzione ai confini: collegano territori che, da una vista superficiale, appaiono separati. Sottoterra, nel buio, le divisioni crollano. Lo stesso vale per i fiumi, le correnti di vento, persino le sabbie del Sahara che raggiungono l’Europa meridionale. Credere nella disconnessione è un errore coloniale; la vita è invischiata dalla natura.

Quindi, quando parlo di scrittura fungina, intendo una scrittura che riconosce questo intreccio, una scrittura che cresce nell’oscurità, che si connette attraverso fili invisibili di parentela e dolore, che riconosce come siamo già collegati micelialmente. Scrivere in maniera fungina è scrivere contro l’ideologia della disconnessione, riconoscere che il significato, la materia e la carne sono già intrecciati. È un modo per ricordare che anche nell’oscurità, le reti di relazione persistono; che le parole, come il micelio, possono guarire le separazioni in cui ci è stato insegnato a credere.6

I funghi non vivono in un territorio stabile e delimitato. Vivono tra vita e morte (decomposizione); organismo e ambiente (micorrize); visibile e invisibile, come nel binomio corpo fruttifero-micelio; e in parte anche tra l’individuo e collettività (ti ho già fatto l’esempio delle reti miceliari); e, per certi versi, esattamente come le piante del terzo paesaggio, tra naturale e artificiale, ad esempio boschi, case, ma anche in discariche e città.

Prendiamo ad esempio un fungo come la Laccaria laccata. È un fungo ectomicorrizico piuttosto comune nelle foreste. Quello che è interessante è dove si svolge la sua vita biologica. Le sue ife formano una guaina attorno alle radici fini degli alberi e si estendono nel terreno circostante. In altre parole, il fungo vive in quello che gli ecologi chiamano la rizosfera7, cioè la zona di contatto tra radice e suolo, una vera soglia ecologica: la pianta produce zuccheri grazie alla fotosintesi; il fungo esplora il terreno alla ricerca di acqua e nutrienti; i due organismi si incontrano e si scambiano sostanze. Né la pianta né il fungo potrebbero svolgere quella funzione da soli nello stesso modo.

Il fungo vive in una zona di relazione, uno spazio denso di incontri, scambi e negoziazioni. Nella rizosfera il terreno diventa pianta e la pianta diventa terreno. Le ife dei funghi attraversano continuamente questa soglia, costruendo relazioni che permettono a entrambi di prosperare. È una piccola frontiera sotterranea in cui la vita si organizza attraverso la connessione.
In un certo senso potremmo dire quasi che è il confine stesso che assume una forma biologica, quella fungina.
Ciò che Xalli vuole sottolineare citando Gloria Anzaldúa è il fatto che lei parli della frontiera come luogo in cui le diverse identità si mescolano dando vita a qualcosa di nuovo.
Ecco, i funghi fanno qualcosa di simile. Sono organismi che da un punto di vista concettuale potremmo definire “meticci”, perché la loro stessa esistenza nasce dall’incontro. In modo esattamente analogo alla frontiera di Anzaldúa, il fungo genera una cultura ibrida, fatta di relazioni naturalmente ibride: fungo e radice; fungo e batterio; fungo e insetto; fungo e albero. D’altra parte è innegabile, nessun essere vivente esiste da solo.

Quindi questo confine non è un muro ma una soglia: un luogo di trasformazione dove ciò che sembra separato scopre di essere già connesso.
Anzaldúa scrive:
I confini (Borderlands) sono presenti ovunque due culture si sfiorino.8
In questo senso il micelio non è una linea di confine, ma una terra di confine: uno spazio di relazione continua.

Lo stesso mio adorato antropologo Tim Ingold sostiene che gli esseri viventi non dovrebbero essere pensati come entità circondate da confini, ma come fasci di linee in crescita e movimento che si annodano reciprocamente tra loro in un meshwork, un intreccio, per l’appunto.9

È esattamente quello che accade con i funghi che abitano le ferite, che, per dirlo in maniera meno poetica, colonizzano ambienti disturbati o lesionati, come la Trametes versicolor che degrada il legno morto, oppure l’Armillaria mellea che attacca le radici di alberi danneggiati.
Succede qualcosa di analogo anche su suoli smossi o impoveriti, e qui potrei farti l’esempio dell’Agaricus bitorquis, che spunta in suoli compattati o disturbati dall’uomo (come strade, parchi urbani, bordi asfaltati), o di funghi che trovano il loro habitat ideale persino in ambienti degradati, come il Coprinus comatus, che appare spesso in terreni ricchi di azoto, o aree fertilizzate, solo per fare alcuni esempi.

Sono pionieri, o meglio, opportunisti del disturbo. Arrivano dove l’ecosistema è stato aperto, emergono dai punti di rottura del sistema vivente. Lo attraversano trasformando questi confini in ponti.

Per Ingold il problema nasce quando immaginiamo il mondo come un insieme di entità separate che solo in seguito entrano in relazione. Ma cosa succede se la relazione viene prima della separazione? In questo caso il confine non appare più come una linea che divide due realtà già date, ma come una condensazione temporanea all’interno di un flusso continuo di scambi e trasformazioni. I funghi, con le loro reti miceliari che attraversano suolo, radici, legno e corpi viventi, sembrano dare forma biologica a questa intuizione. Non abitano il confine: mostrano che il confine stesso è un processo, lo rendono luogo di relazioni diverse, altre da quelle esistenti.
📖 Ti metto qui il libro di Federica Manzon, il bosco del confine, Aboca edizioni, 2020. Con la cui citazione si è aperta questa puntata. È parte della collana Il bosco degli scrittori.

Federica Manzon, il bosco del confine, Aboca edizioni, 2020 📹 A proposito di confini, ti segnalo il film-documentario del 2023 Trieste è bella di notte, di Matteo Calore, Stefano Collizzolli e Andrea Segre, che ci porta al confine tra Italia e Slovenia e invita a guardare con occhi diversi i flussi migratori che arrivano in Italia seguendo la Rotta Balcanica, in un mix di parole, musica, racconti, riprese sul campo, immagini girate dai migranti stessi.
Qui un bell’articolo di Osservatorio Balcani e Caucaso.
📻 Ti consiglio anche l’opera di Gloria Anzaldùa, Terre di confine, La Frontiera, Black Coffee edizioni, 2022, nella quale racconta come vivere sui confini e nei margini, mantenendo intatta la propria identità cangiante e molteplice, è come cercare di nuotare in un nuovo elemento, un elemento “alieno”.

“Di fatto, le Terre di confine sono fisicamente presenti dovunque due o più culture si costeggino, dove persone di razze diverse occupano lo stesso territorio, dove classi povere, medie e alte si toccano, dovunque lo spazio fra due individui si riduca a causa dell’intimità”: Terre di confine, La Frontiera, Black Coffee edizioni, 2022 🎧 Ti propongo anche il link a un episodio del podcast Andata e Ritorno - Storie di Montagna, con un’intervista di Sebastiano Frollo che ruota attorno al progetto Radio Judrio. La valle dello Judrio è un borderland, un territorio in cui lingue, memorie, paesaggi e identità si intrecciano. Proprio come accade nel sottosuolo di un bosco attraversato dal micelio.
Questo numero di Fungotropìa finisce qui. E tu, ti senti in bilico su qualche confine? Il prossimo numero arriverà un qualche prossimo lunedì. Per ora Fungotropìa si prende una piccola pausa di inizio estate. Intanto ti invito a sbirciare nell’archivio per recuperare qualche numero passato e a lasciarmi qualche commento, se ti va.
Ti aspetto!
Camilla
Spero che questo numero ti sia piaciuto e che questo formato sia per te leggibile e interessante. Hai commenti o suggerimenti? Scrivimi pure, ti leggo! E se ti è piaciuta condividi Fungotropìa con chi vuoi.
Ti hanno girato questa newsletter?
Mi chiamo Camilla Mazzanti, non sono una botanica né una micologa ma solo una persona curiosa. Questa è Fungotropìa.
Le illustrazioni sono di Alice Fadda.
Radio Judrio è un progetto che parla di una terra di confine e delle persone che ci vivono: un’immersione in luoghi al margine del contemporaneo, che soffrono dell’abbandono costante di chi vi nasce e decide di andarsene per inseguire il benessere in pianura. Chi non se ne va e rimane diventa il testimone di un tempo che, dalle altre parti, non esiste più: un sopravvissuto. Il progetto si compone di un libro, edito da Kappa Vu, e di una mostra fotografica.
Fonte: Barbara Pascoli Webnode
La Valle dello Judrio si trova nel Friuli orientale, al confine naturale tra Italia e Slovenia.
In Middle English, a god-sib (godsip, gossib, gosop) was a child’s sponsor at baptism, a godparent, a child of one’s godparent, a godchild of one’s parent—in short, any close kin (literally, god-sibling) related not by blood but by sacrament, namely the sacrament of christening. The intimacy of the term could extend to encompass a close friend or companion, and it was sometimes used as an item of direct address.
Nel saggio On the Meaning of Gossip (contenuto nel saggio Witches, Witch-Hunting, and Women, 2018), Federici ricorda che nell’inglese medievale gossip indicava inizialmente una persona molto vicina, in particolare una donna che assisteva un’altra donna durante il parto. Successivamente il termine arrivò a significare più in generale amica, compagna, alleata.
Derivando dai termini dell’inglese antico God e sibb (“parente”, “affine”), la parola gossip significava originariamente “padrino o madrina”, cioè una persona che intratteneva una relazione spirituale con il bambino da battezzare.
Con il tempo, tuttavia, il termine assunse un significato più ampio. Nell’Inghilterra della prima età moderna, la parola gossip indicava le persone che accompagnavano una donna durante il parto, e non soltanto la levatrice. Divenne inoltre un termine per designare le amiche, soprattutto tra donne, senza alcuna connotazione necessariamente negativa.
In entrambi i casi, la parola possedeva una forte carica affettiva ed emotiva utilizzata per indicare i legami che univano le donne nella società inglese premoderna.
Un esempio significativo di questa accezione compare in un dramma religioso del Ciclo di Chester, dove il termine gossip suggerisce un rapporto di particolare vicinanza e affetto.
I mystery plays (le sacre rappresentazioni) erano opere realizzate e finanziate dalle corporazioni artigiane che, attraverso queste messe in scena, cercavano di accrescere il proprio prestigio sociale e consolidare la loro posizione all’interno delle strutture di potere locale. Per questo motivo erano impegnate a promuovere i comportamenti considerati appropriati e a mettere in ridicolo quelli ritenuti riprovevoli.
Fonte: Federici, Silvia, Witches, witch-hunting, and women, PM press, Oakland, California, 2018, On the meaning of gossip, capitolo 5, p. 35
Di seguito, il testo originale della nostra conversazione:
You suggest that fungi embody forms of resistance and communication among margins. How might “fungal writing” help us nurture connections among voices that are oppressed, racialized, or silenced? What kinds of coalitions can grow in the dark?
That’s such a beautiful question. I think that if other life forms could write as humans do, they would reveal how their suffering mirrors our own. Feminism, at its core, is connective—it builds recognition across difference. I think of women like Doña Macedonia Blas Flores, from El Bote, who was nominated for the Nobel Peace Prize for her work organizing conversations among Indigenous women about domestic violence. Through these exchanges—what Silvia Federici calls “gossip” in Witches—women share their experiences and begin to realize that their pain is not isolated but structural. What once seemed personal becomes visible as part of a broader system of domination.
This is precisely what Black and Latinx feminisms have long shown us through the concept of flesh: that oppression is lived, carnal, and metabolically felt. Naming this allows people to recognize that these are not private misfortunes but collective conditions of harm that must be resisted.
Fungal writing, in this sense, is another form of border thinking, as Gloria Anzaldúa would say—thinking and feeling from the in-between. But it extends that to the more-than-human. Mycelial networks pay no attention to borders: they connect territories that, from a surface view, appear separated. Underground, in the dark, the divisions collapse. The same is true of rivers, wind currents, even the sands of the Sahara that reach Southern Europe. To believe in disconnection is a colonial fallacy; life is entangled by nature.
So when I speak of fungal writing, I mean a writing that acknowledges this entanglement—a writing that grows in the dark, that connects across unseen strands of kinship and pain, that recognizes how we are already mycelially connected. To write fungally is to write against the ideology of disconnection—to acknowledge that meaning, matter, and flesh are already intertwined. It’s a way of remembering that even in darkness, networks of relation persist; that words, like mycelium, can heal the separations we’ve been taught to believe in.
La rizosfera (dal greco rhìzo=radice; sphàira=sfera) è la porzione di suolo che circonda le radici delle piante e che viene influenzata dalla loro presenza. Il termine fu coniato dal microbiologo tedesco Lorenz Hiltner nel 1904. Le radici non sono semplicemente immerse nel terreno: rilasciano continuamente zuccheri, aminoacidi, composti organici e segnali chimici. Queste sostanze attirano batteri, funghi e altri microrganismi. Attorno alla radice si crea così una sorta di “zona calda” biologica, molto più attiva del terreno circostante.
Fonte: Wikipedia - Rizosfera
The Borderlands are physically present wherever two or more cultures edge each other.
Va distinto il concetto di borderland da quello di border, da cui differisce leggermente ma con una significativa sfumatura.
border = il confine come linea;
borderland = il territorio del confine, la zona di contatto.
In that zone of admixture where the substances of the earth mingle with the medium this line can appear at once as a trace on the ground and a thread in the air, as track or string. Each such line, however, is but one strand in a tissue of lines that together constitute the texture of the land. This texture is what I mean when I speak of organisms being constituted within a relational field. It is a field not of connectable points but of interwoven lines, not a network but a meshwork.
Fonte: Ingold, Tim, Bindings against Boundaries, Entanglements of Life in an Open World, Environment and Planning A, Volume 40, Issue 8, pp. 1796-1810, p. 1805, 2008
















Grazie, è un onore essere nella tua newsletter 🤩 E i dadi immaginari che hai lanciato sono stati molto fruttuosi: davvero bello leggere di confini, funghi e boschi. PS ho amato i funghi che crescono sui detriti vegetali nell'acqua!
Meravigliosa puntata, Camilla 😍.
Anch'io avevo trovato molto bella la parola 'ecotoni' quando la incontrai: cioè cinque anni fa, ascoltando il podcast Ecotoni a cura di Luigi Torreggiani e Ferdinando Cotugno.